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Comune di CERRO VERONESE

Provincia di Verona - Regione del Veneto


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Cenni Storici di Cerro Veronese

Il nome Cerro Veronese, per distinguerlo da Cerro al Lambro (Milano), Cerro al Volturno (Campobasso), Cerro Maggiore (Milano) e Cerro Tanaro (Asti), fa riferimento all'omonimo albero, che si trova nella piazza principale, anche se in realtà la quercia di Cerro non è propriamente un cerro ma una quercia-sughera (Quercus crenata). Il nome Cerro si è sostituito nel XV sec. Al precedente "Alfera", di difficile interpretazione. Secondo alcuni la "silva Alferia", attestata ancora nel X sec., sarebbe "bosco di Alfierio" (nome germanico), oppure di un nome pre-romano. In cimbro, Cerro era detto "kame Cire".Le prime testimonianze della presenza umana nel territorio di Cerro risalgono al Paleolitico inferiore (oltre 100.000 anni fa) e medio con alcuni ritrovamenti di pietre e selci lavorate, tra cui un manufatto in selce rinvenuto nel vajo del Trotto. Vi sono poi dei ritrovamenti avvenuti nella Grotta del Mondo ed attribuiti al Paleolitico superiore (circa 10.000 anni fa) ed al Mesolitico (intorno a 7000 anni fa). Del periodo Neolitico ed Eneolitico (da 4500 a 1800 anni a.C.) restano alcune testimonianze sul dosso di Caramalda, tra cui alcuni frammenti di vaso, e nella Grotta del Mondo. Nel dosso della Nasa sono stati rinvenuti manufatti in selce, attribuibili ad un insediamento di circa 4000 anni fa (cultura "campignana") precedente l'età del bronzo. Non vi sono attualmente testimonianze dell'Età del bronzo e del ferro.In epoca romana e fino al Mille sembra che la maggior parte del territorio di Cerro fosse disabitato. Nel X sec. tra il vajo di Squaranto ed il vajo dell'Anguilla si estendeva la Frizolana (attestata per la prima volta in un documento del 921), ricoperta da rigogliosi boschi di roveri e carpini nella parte meridionale, utilizzati per il taglio del legname e per la produzione di carbone da legna.Cerro viene citato per la prima volta in un diploma di Ottone I del 970 come silva Alferia, bosco da sfruttare da parte del coloni di Azzago, dipendenti dal Monastero di Santa Maria in Organo. bAltre attestazioni sono in diplomi di Enrico II del 1014 (Montem qui dicitur Alferia), di Corrado II del 1027, e di Enrico III del 1047 (Monte qui dicitur Alferia) nei quali la zona viene affidata in gestione e confermata al Monastero di San Zeno. Anche un diploma di Federico I del 1163 conferma i beni del "montem Alferie" all'abate di San Zeno. Nel XII-XIII sec. La parte più meridionale della Frizolana (così era chiamata l'attuale zona a sud di Bosco Chiesanuova) era dipendente dai canonici della curia di Verona che la davano in affitto a lavoratori della Valpantena: si tratta di località poste nel basso vajo dell'Anguilla (Valbusa, Calavedo, Lughezzano) o nel vajo della Barbana (Arzerè, Prati, Corbiolo).Infatti nel 1185 i confini meridionali toccano la Fontana del Termine, il "ceredum" (forse un bosco di cerri) ed una croce di Squaranto. I  boschi della zona di Cerro erano sfruttati in questo periodo per ricavare legname e carbone da legna, ma si iniziavano anche a costruire "calcare" per la produzione di calce, mentre a partire dal XV sec. inizia la produzione e commercializzazione del ghiaccio.Cerro (Zero in alto) e la Valpantena in una carta del 1625 È solo agli inizi del XV sec. che popolazioni di origine bavaro-tirolese, insediatesi dapprima nella zona di Roverè, andarono a colonizzare anche alcune località occidentali della media Lessinia quali Cerro: inizia così la penetrazione cimbra del territorio di Cerro, con la formazione di numerose contrade.Il comune di Alferia nasce negli ultimi decenni del XIV sec. e la sua prima attestazione è del 1394, in una supplica ai Visconti per l'esonero del pagamento del dazio del sale. Nel 1408 il comune acquista una taverna con terreno dalla Repubblica di Venezia, mentre chiede ripetutamente esenzioni sul dazio del sale e della lana nella prima metà del Quattrocento. La prima rappresentazione cartografica del territorio di Cerro è nella cosidetta "carta dell'Almagià", attribuita al 1460-65, che rappresenta "el cero" con una chiesa, alcuni edifici, una pozza d'acqua ed un albero, nonché la contrada "vale fondrina" (Foldruna) con due edifici. Proprio intorno alla metà del XV sec. si comincia a parlare di "Cero" e non più di "Alferia".La prima chiesa, probabilmente una cappella dipendente dalla pieve di Grezzana nel XIII sec., verrà sostituita nel XIV sec. da una cappella intitolata a San Osvaldo, officiata da sacerdoti di Roverè o di Chiesanuova.Nella seconda metà del XV sec. probabilmente questa cappella diviene autonoma e nel 1490 possiede anche un diritto di decima su di un terreno. Durante la visita pastorale del Giberti del 1527, la chiesa di Cerro ha come rettore don Girolamo di Progno che amministra tutti i sacramenti ed è stipendiato dalla comunità. Dalle successive visite pastorali del Giberti (1530,1532 1542) si apprende che la parrocchia conta circa 400 abitanti e viene retta da don Leonardo da Rotzo e da don Bernardo da Ala. Successivamente, furono parroci di Cerro don Alessandro di Fane nel 1553 e don Bernardo Barbieri di Colognola nel 1568, scelti dai capifamiglia in quanto la comunità aveva il diritto di giuspatronato. Nel 1571 inizia la successione attestata e documentata dei parroci con don Innocenzo Rigo. In questo periodo Cerro faceva parte del Vicariato delle Montagne con gli altri comuni cimbri ed era retto da un Massaro. È nel XVI e XVII sec. che si ha la massima diffusione della parlata cimbra nel territorio di Cerro, parlata che non ebbe però mai la prevalenza sull'idioma veneto: alcune contrade del comune ricordano nella toponomastica questa loro origine cimbra.Nell'estimo del 1652 la Comunità di Cerro possedeva 100 appezzamenti di terreno estesi per 582 campi e del valore di 5624 ducati, coltivati a prato, bosco, seminativo ed anche a vigneto. L'autonomia del Vicariato delle Montagne e quindi anche del comune di Cerro durò fino all'avvento di Napoleone; qualche anno prima, nel 1787 il comune contava 750 abitanti. Nell'inchiesta napoleonica del 1807, Cerro risulta essere frazione del comune di Roverè (comprendente anche Saline) che conta complessivamente 2496 abitanti ed ha un'economia basata sulla coltivazione di segala, avena e frumento nero, mentre l'allevamento conta 19 capre, 1219 pecore, 168 vacche, 220 vitelli e buoi e 53 muli e cavalli.Nel comune non vi sono ancora scuole e sono presenti quattro parrocchie: Roverè, Cerro. Saline, Piegara. Nel 1809 Cerro aveva 483 abitanti, di cui 117 residenti nel paese. Le prime scuole elementari maschili nascono alcuni anni dopo e vengono potenziate dopo il 1818 dall'Austria (con tre anni obbligatori), quando la popolazione di Cerro è di 497 abitanti. Nel 1871 la popolazione di Cerro è di 755 abitanti e continuerà a crescere fino al 1921 quando raggiungerà le 1156 unità.Nel XIX sec. Cerro diede i natali al missionario ed esploratore don Angelo Vinco (1819-1853) ed ai camilliani padre Germano Tomelleri (1828-1888), padre Giovanni Battista Carcereri (1828-1901), padre Stanislao Carcereri (1840-1899).Dal 1928 e fino al 1947 Cerro divenne frazione di Grezzana, raggiungendo nel 1930 i 1400 abitanti, poi in progressivo calo fino agli anni Settanta. Tra le due guerre si manifesta sensibilmente il fenomeno migratorio, accentuato anche negli anni Cinquanta e Sessanta quando la popolazione diminuisce a circa 1000 unità (940 nel 1961) per i trasferimenti verso la città.Nel 1955 fu costruita la nuova strada Verona-Bosco che tolse Cerro dall'isolamento e fu il volano dello sviluppo in senso turistico del paese con la costruzione di alcuni alberghi e di numerose villette e seconde case (sempre però per quanto possibile nel rispetto dei luoghi), frequentati d'estate da cittadini veronesi e della padania. Dal 1981 la popolazione riprende a crescere in controtendenza rispetto a tante altre zone montane, occupando anche quelle seconde case che magari prima rimanevano chiuse per un lungo periodo dell'anno, sino ad arrivare ai 1979 abitanti a fine 2000. 

Le giassare

Già dai tempi degli Scaligeri, ai montanari veronesi era imposta la fornitura del ghiaccio, il quale veniva utilizzato dalle famiglie nobili per la conservazione di alimenti e la preparazione di medicinali. Fu però agli inizi dell'Ottocento che il commercio del ghiaccio conobbe un incremento staordinario, per poi decrementare e scomparire nel secondo dopoguerra.A sollecitare la produzione di ghiaccio fu l'aumentato benessere di larghi ceti della popolazione cittadina con la conseguente apertura di nuove osterie e macellerie. In risposta a queste necessità gli abitanti della Lessinia costruirono ovunque era possibile nuove ghiacciaie, a quote relativamente basse e vicine alle vie di comunicazione con il fondovalle. Si voleva così sfruttare quella nuova fonte di reddito che copriva parzialmente il crollo del mercato delle selci da acciarino.L'idea della ghiacciaia venne agli uomini della Lessinia dopo aver notato che la neve si conservava per molti mesi nei covoli, negli anfratti tra le rocce, nelle grotte e nelle doline. Pensarono quindi di costruire un tipo di edificio particolare che svolgesse questa funzione in modo più pratico ed efficiente: la ghiacciaia (giassara). Le ghiacciaie venivano costruite in luoghi scelti con molta attenzione: dovevano esserci il posto dove creare la pozza (laghetto), che fornisse il ghiaccio, e il luogo nelle vicinanze dove aprire una cava per le pietre da costruzione.La terra di riporto dallo scavo della buca (profonda 9-10m) in cui si costruiva la ghiacciaia, veniva utilizzata per realizzare il terrapieno a valle della pozza d'acqua. L'edificio veniva poi realizzato di forma cilindrica completamente in pietra, e coperto quasi sempre con lastre in pietra, ma anche con un cappello a canèl, con la paglia, o con un vòltoin pietra ricoperto poi di terra.Nella Lessinia, caratterizzata dal carsismo e quindi dalla pressoché totale assenza di acque di superficie, le pozze antistanti alle ghiacciaie dovevano raccogliere l'acqua piovana tramite un fitto sistema di canali, che poteva anche superare i due chilometri di lunghezza complessiva. Le stesse pozze venivano usate nel periodo estivo per l'abbeveraggio degli animali e per l'allevamento di carpe e tinche.

Il taglio del ghiaccio

Salvo che l'autunno fosse stato sufficientemente piovoso da riempire le pozze, tra il 15 dicembre e il 15 gennaio si provvedeva al taglio del ghiaccio (era il periodo in cui la temperatura subiva l'abbassamento più consistente).Il ghiaccio veniva tagliato in blocchi di larghezza regolare (80cm), grazie all'uso di affilatissime scuri speciali e di arnesi che ne permettevano il dimensionamento corretto. I blocchi così ottenuti venivano posti all'interno della ghiacciaia su più strati fino a formare uno spessore di 30-50cm (il solaro). I solari venivano sovrapposti e isolati l'uno dall'atro con uno stato di fogliame, per evitare che il ghiaccio stipato diventasse un blocco unico nel periodo di conservazione.Una volta riempita la ghiacciaia, si isolava perfettamente il tutto con uno spesso strato di pula, seguito da uno strato di foglie, rami e pietre. La ghiacciaia veniva poi chiusa quasi ermeticamente per essere riaperta all'arrivo della stagione calda. 
 

La Selce

 
Già nel Paleolitico l'uomo frequentava la Lessinia per procurarsi la selce che affiorava in gran quantità nei dossi del Biancone. La selce, si presenta sotto forma di noduli, arnioni e sottili strati lenticolari, e si rinviene in abbondanza nei calcari, particolarmente nel cosiddetto "Biancone".Conosciuta fin dagli albori della nostra civiltà, inizialmente fu usata dall'uomo oltre per fabbricare i più svariati utensili, anche per ottenere il fuoco: battendo con forza due selci tra di loro oppure percuotendo la selce contro pirite o contro acciarini temprati si generavano scintille che venivano poi sfruttate per accendere l'esca. Tale sistema, pur perfezionato con l'invenzione dell'acciarino, rimase in uso fino ai decenni dell'Ottocento, quando fu messo a punto e commercializzato su larga scala il fiammifero.Innesco arma da fuoco Il suo uso come pietra focaia nei meccanismi di accensione di armi da fuoco, in un periodo che va dal 1650 al 1850 circa, fu il motivo di una consistente produzione di selci che saranno esportate anche in Europa.Le selci venivano raccolte dopo le arature nei campi della Lessinia ed ammucchiate. I Folendàri battevano il mucchio siliceo, con particolari martelli fino a ricavarne le pietre focaie, di forma quadrangolare, affilate nella parte anteriore (filo) e più grosse nella parte posteriore (tallone).Cerro era considerato nel XIX sec. Il centro veronese più importante nella produzione di selce. Da Cerro i folendàri portavano in città, oppure ad Ala, nel Tirolo, le pietre focaie già pronte per essere utilizzate nell'industria che produceva armi. In un congegno di sparo, la pietra focaia, posta tra le ganasce del cane, andando a battere sulla faccia della martellina, ne asportava minuscole particelle di metallo incandescenti. Queste, andando a loro volta a precipitare nello scodellino, accendevano la polvere che dava fuoco alla carica. Dopo circa 10 colpi si doveva sostituire la pietra o rifarne il filo con un piccolo scalpello e un martello. Fino ai primi anni dell'Ottocento l'industria delle armi non poteva fare a meno della folenda e quindi i raccoglitori e i battitori di selce della zona di Cerro incrementavano le modeste entrate dell'attività agricola con la vendita della pietra focaia. Poi la ricerca venne abbandonata.Nei primi del XX sec. e fino alla 2a Guerra Mondiale le selci vennero impiegate nella produzione di abrasivi e vi fu un certo commercio con le fabbriche che frantumavano la selce di Stallavena dove venivano portate con i carri del ghiaccio. 
 

Preistoria

Come è noto, la Lessinia in epoca preistorica fu uno dei territori più densamente abitati dell'Italia settentrionale. Il popolamento, documentato fino al Paleolitico inferiore (le prime attestazioni risalgono a circa 500.000 anni fa), fu favorito dalla grande abbondanza di selce, una roccia sedimentaria particolarmente adatta alla scheggiatura, che venne largamente esportata soprattutto nell'area padana.All'Età Paleolitica risale anche la più antica presenza umana nel territorio di Cerro veronese. Infatti al Paleolitico inferiore-medio sono attribuibili alcuni strumenti litici rinvenuti nel vajo di Cavazze; al Paleolitico superiore si datano invece dei manufatti in pietra ritrovati nella Grotta (Còale) del Mondo. Nello stesso sito sono segnalati anche elementi litici del periodo Mesolitico (VI - metà V millennio a.C.), dell'età Neolitica e dell'Età del Rame: si segnalano in particolare frammenti ceramici riferibili alla «cultura dei vasi a bocca quadrata» (cultura neolitica sviluppatasi nel Nord Italia nel corso del IV mil. a.C.).Fra il Neolitico medio e l'Età del Bronzo (fine IV - inizi III millennio a.C.) si inquadrano i materiali raccolti nella stazione di Caramalda: vasellame ceramico fra cui un frammento di probabile vaso di cultura "campignana" che prende il nome dal sito di Campigny in Francia, la quale si protrasse dalla fine del Neolitico fino all'Età del Bronzo: (II mill. a.C.). Strumenti di tecnica campignana databili al periodo compreso tra la fine dell'Età Neolitica e gli inizi dell'Età del Bronzo si sono rinvenuti anche nei pressi dell'abitato di Cavazze, in tutta la zona a Sud-Est del paese di Cerro, lungo la strada fra Cerro e Prati e nell'insediamento di La Nasa. Quest'ultimo sito, (databile fra la metà del III e la metà del II millennio a.C.), oltre a vari strumenti litici (pugnali, punte di frecce, ecc.), ha restituito molto materiale ceramico fra cui frammenti di vasi campaniformi, (tipici dell'Età del Rame).Materiale litico di non sicura datazione hanno restituito anche i siti di Prà e Riparo delle Cavazze. Al momento non abbiamo invece nessuna testimonianza relativa alle ultime fasi dell'Età del Bronzo e all'età del Ferro. La documentazione archeologica attesa dunque che il territorio di Cerro, come quello di tutta la Lessinia, fu densamente popolato in epoca preistorica, soprattutto nel periodo fra la fine dell'Età Neolitica e gli inizi dell'Età del Bronzo. I siti, per ragioni probabilmente difensive, sono situati di presenza in posizione elevata (in particolare si vedevano le stazioni di Caramalda e La Nasa). Riguardo al tipo di insediamento si segnala l'utilizzo sia di accampamenti all'aperto che di ripari sotto roccia (Riparo delle Cavazze) e di grotte (Còale del Mondo); i luoghi, questi ultimi, che l'uomo, in area lessinica, utilizzata più frequentemente come abitazione. 
 

Don Angelo Vinco

 
Nacque a Cerro il 29 maggio 1819. La sua casa natale è in contrada Lavello. Missionario ed esploratore dell'Africa Centrale. Il Prof. R. Almagià nel suo dotto studio: "D.Angelo Vinco - relazione delle sue esplorazioni sull'Alto Nilo (1849-1853)" lo definisce "il primo esploratore europeo delle regioni dell'Alto Nilo, il primo ad additare gli itinerari verso le sorgenti del Nilo per via di terra, i soli utilizzabili, dopo dimostrata l'impossibilità di risalire il Nilo con imbarcazioni nella zona delle cateratte".Fu grande non solo come esploratore, ma anche come missionario, poiché fu l'iniziatore di quel movimento di cristianizzazione dell'Africa Centrale che in questi tempi ha portato frutti abbondanti, anche se non disgiunti da episodi di persecuzione religiosa e razziale. La sua prima missione nell'Alto Nilo parte l'8 ottobre 1849 da Khartoum verso la zona della tribù dei Bari. Di seguito ne effettuerà altre due, ma purtroppo il 22 gennaio 1853, nella sua terza esplorazione muore, non aveva ancora compiuto 34 anni, di febbre malarica tra i Bari. 
 

Eugenio Prati

Un grande personaggio, il più vicino a noi cronologicamente, e forse il più lontano per conoscenza è Eugenio Prati. Dimenticato per decenni, rivalutato in occasioni di mostre o ricorrenze, egli giace, pur tuttavia, pressoché ignoto al pubblico veronese delle nostre generazioni.Nato a Cerro nel 1889 e colà vissuto per qualche anno della sua fanciullezza, Prati scese a Verona dove fu allievo dell'Accademia Cignaroli e frequentò due scuole d'arte applicata all'industria (disegno, 1907 e plastica, 1910). Una Verona inizio'900, con quel sapore culturale fin de siècle e con le istanze pretese alle incipienti novità che avrebbero sconvolto le scuole artistiche tradizionali.Era un ragazzone dolce e allampanato, con il fare distratto e avaro di sorrisi, dal volto pallido e apparentemente rassegnato; figlio di montanari e dall'aria rustica, con le facce dei suoi conterranei perpetuamente legate alla sua fantasia; figure rudimentali, dall'occhio vitreo, dagli ovali spropositati ov'era possibile individuare la sofferenza era questo il Prati giovanile, un uomo dedito alla scultura, alla creazione silenziosa che si cimentava con il gesso e con la creta scolpendo brutti e sgraziati personaggi dalla realtà paradossale.Ma la sua vita, nemmeno bohémienne, si svolgeva ritirata; appartato in luoghi non facilmente accessibili, passava giorni e giorni a rimeditare l'affiato operoso della vita cui dava, poi, stravolgenti indizi e metaforiche forme. In un apprendistato senza contraccolpi che lo portò a una personale capacità creativa coadiuvato da una straordinaria caparbietà di rimodellare, in silenzio, senza palesi rincorse a scuole o miti, le sue figure, egli si cimentò anche nella pittura, col lapis e le matite colorate, imprimendo sulle tele un repertorio dai contorni grezzi, secondo raffigurazioni arcaiche, quasi rudimentali.Anticipava, così, un esilio intellettuale che coltivò per tutta la vita, quasi selvaticamente occludendosi al gusto ridanciano e sempre alla moda. Ma la deformazione degli uomini divenne ben presto lirica, secondo ritmi interiori imperscrutabili, quasi astratti nella dimensione anatomica esorcizzata dalla drastica realtà. Il Prati artista era già lì: in quei suoi silenzi, in quei suoi scomposti capelli che rievocavano figure quasi oniriche, ma anche nei suoi grandi, dolenti personaggi adombrati dalla miseria e, spesso, dal paradosso."S'affacchinava di lena tra creta e gesso, in un avvolto disoccupato di vecchio chiostro ai margini della città, S. Bernardino".Prati era lì, solitario artista fra due solitari mondi passati; quando Fiumi, che ne era il mentore, calava con gli altri artisti e letterati (Zamboni, Zampieri, Bonuzzi, Casarini, Centorbi e altri) allora si ravvivava quel geniale, col volto fracescanamente felice e divideva la cena frugale discorrendo d'arte sino a notte fonda. Ricavava figure ove evocava realtà inespresse, muti colloqui, angosciosi smarrimenti e tragiche umanità. Sono gli anni delle sue opere più celebri: Amplesso bifolco, Noviziato, Bevitore di latte che piacque così tanto a Massimo Bontempelli da ricordarlo per molto tempo, Villano che s'inurba, Ritratto di Fiumi, La germinazione e moltissime altre.Sculture macrocefale, dipinti a bistro dal volto sgraziato, coppie di forza bruta che, rozzamente, s'incollano a baciarsi in un amplesso terroso di zolle, ma prepotente e sicuro. Nessun esteriorismo nelle sue opere è rintracciabile; scarno, persino glabro nella crudezza dell'immagine, Prati non s'attarda a edulcorare i suoi soggetti. Anche negli oli non v'è poesia aggraziata, è inutile ricercarvi la linea morbida; donne, bimbi e uomini sono accomunati da un uguale sentire patetico ove campeggiano, sempre, due grandi irresistibili occhi dolenti o vi dominano figure strappate dal mondo dei miseri, immensi e corpulenti personaggi.Era anche misantropo il Prati e patì, senz'altro, il suo carattere eccessivamente schivo; ma la notorietà l'avvolse, certo inconsciamente, perché partecipò a mostre (seppure spinto dagli amici) e fu considerato personaggio di spicco nell'avanguardia artistica degli anni venti. Nell'Antologia della Diana pubblicata nel 1918 dall'omonima rivista napoletana che godeva di notevole prestigio e diffusione, egli apparve con altri veronesi quali Guglielmo Bonuzzi, Lionello Fiumi e Bruno Vignola ed in compagnia di uomini di tutto rispetto tra i quali, giusto per citarne qualcuno, si ricordano Ungaretti, Vigolo, Villaroel, De Pisis, Saba, Savinio e altri. Ne parlavano pure i critici del tempo dedicando a Prati un'attenzione sicura e non occasionale.La sofferenza bruta della carne, il sarcasmo, lo strazio, la fatica, l'allucinazione, l'idiozia sono elementi primordiali nella vita dell'uomo; il Prati artista li ha esemplificati attraverso figurazioni quasi sinallagmatiche; a volte stravolgendo l'affetto statico con le forme cubo-futuriste, con traslitterazioni d'avanguardia. Non fu disgiunto dalla moda del tempo, conobbe gli stili imperanti, ma non si fossilizzò.Lavorava con tutto: creta, gesso, per le sculture; bistro, carbone, olio, acquarello, gouaches per i dipinti. Ma l'uomo, (forse poco gratificato economicamente?), faceva lo scalpellino per mantenere la famiglia; eppure, celebrato da riviste e da critici competenti, Prati non avrebbe dovuto fallire il suo cammino artistico.Aveva il coraggio, questo sì, di non mendicare in un ambiente che si prestava; ne ebbe tanto di coraggio, scrisse il suo grande amico Fiumi, di "sterparsi, un giorno, dal chiostro di S. Bernardino, dar le vele ai venti, per fare pelle nuova in eldorado ignoto". Se ne andò in Brasile, nel 1926, per non fare più ritorno a casa se non per sporadiche giornate. Uscì dal mondo artistico veronese e itafiano e si cancellò, quasi, la sua memoria. Un autoritratto, assai bello, del 1928, ce lo presenta aitante, dallo sguardo vivo e dal volto serio: è, forse, l'emblema del resto della sua vita a San Paolo ove dipinse, scolpì, fu celebrato, divenne ricco e lasciò, nonagenario, un ricordo non cancellabile.Ammorbidì, in seguito, quelle sue figure dai gangli malati; restarono i grandi occhi ma gli squarci espressivi del dolore continuo sembrarono scemare, a volte, in languide figure ove la pena era come una coltre di rassegnata accettazione; dipinse gruppi familiari quasi surreali con quelle maschere dechirichianamente stralunate; fasciò di sentimenti le lacrime dei diseredati delle "favelas" dilatandone smisuratamente le membra e asessuando, appunto perché privilegiava il paradosso, i corpi nudi dei suoi soggetti.Ebbe riconoscimenti, entrò nel Museo d'Arte Contemporanea dell'Università di San Paolo, abbracciò correnti avanguardistiche che in America Latina presero connotati assai più ampi di quelli originari, ma non dimenticò, per questo, la sua matrice futurista. Ancora nel 1974 scriveva il direttore del Museo ove alcune opere sue erano state accolte:"Agrupamos desenhos da época futurista - são composiçoes que o situam dentro de uma visão cubo-futurista da espaço. Os demais, de fases subseqüentes, revelem su imaginária especifica, longamente cultivada, entre surrealismo e expressionismo, que se abeira sem tocar a caricatura". Di Dolfo Wildt raccolse il segno dell'ultimo periodo di scultore e lo rimodellò nelle sue stralunate e deformate figure; di Arturo Martini, con cui in amicizia per lunghi anni, capì la grande intuizione della forma dinamica, dal futurismo boccioniano trasse materia per le sue donne.In Brasile non abbandonò il suo vecchio amore, anzi lo rafforzò così tanto da essere considerato soprattutto per quell'attività che gli dette, forse anche gloria seppur effimera, ma grande lustro economico: quella dell'arte funeraria di cui fu maestro. In un campo, spesso banalizzato dall'evento e dalla committenza, Prati rivestì d'originalità, magari grottesca ed eloquentissima, la pace eterna di coloro la cui guida erano ormai "Il cielo senza stelle / i fiori senza sole gli sguardi con pupille spente".Morí, a San Paolo del Brasile, al volgere del 1979. Di lui giace oggi, pressoché ignota, grande parte della sua produzione. La domenica del 5 marzo 1899 recatosi a Bovolone (Verona) per la predica quaresimale, venne colto da una violenta crisi cardiaca e morì.  
 

Gian Battista Salvetti

Cerro, tra gli uomini politici che si distinsero e che ebbero parte alle grandi e piccole vicende dell'Ottocento, annovera Giovanni Battista Salvetti. È, questi, un personaggio certamente singolare; fu, probabilmente, un uomo di grande dirittura morale, alieno da servilismi e mai prono al potere; però su di lui esiste come una coltre di nebbia giacché mancano, a conforto della sua personalità, documenti che ne suffraghino il valore e lo collochino nella dimensione che gli spetta.Nato a Cerro il 9 marzo 1818 era nipote d'un sacerdote, Pasquale Salvetti, di cui esiste qualche lettera autografa e che fu, per il nipote, un riferimento preciso per il resto della vita. Studente di medicina a Padova, non portò a compimento la laurea giacché fu implicato in atti contrari al regime asburgico che gli procurarono non poche difficoltà e un esilio che gli costò, oltre all'interruzione dagli studi, la lontananza dal Veneto e la necessità di nascondersi presso lo zio prete che l'ospitò a S. Felice del Benaco, in provincia di Brescia, ove il religioso esercitava il suo ministero.Dotato di pronta intelligenza e assai prestante nel fisico, non si sottopose mai al regime austriaco nonostante le forti pressioni; manifestò pubblicamente il suo dissenso sinché, nel 1866 con la liberazione del Veneto, oltreché essere insignito della croce al merito per la sua attività patriottica, divenne sindaco del neonato comune di Cerro; fu il primo e vi rimase sino al 1894, un anno prima della sua morte avvenuta il 10 settembre 1895.La sua attività di capo dell'Amministrazione del paese natale non ha lasciato tracce scritte, ma nella memoria orale, tramandatasi, è ricordato come quella d'uomo illuminato, teso ad appianare livori e odi accumulatisi nella lunga sudditanza straniera, votato alla causa pubblica e disinteressato al punto di vendere beni personali e sacrificare una parte del suo patrimonio per la causa politica e per la sua fede nella libertà.Si sostiene che fosse in corrispondenza epistolare con Mazzini.Le cronache, all'indomani della sua dipartita, sottolineano i tributi d'onore che la folla di Cerro e i notabili dei paesi vicini non lesinarono alle sue spoglie. In vita fece parte del comitato segreto d'emigrazione assieme a Carlo Montanari sinché al martire veronese non fu tolta la vita sugli spalti di Belfiore in quel di Mantova; con il podestà di Verona, poi, s'adoperò affinché meno dolorosa fosse l'esistenza per quei cittadini insofferenti del regime austriaco.Fu un uomo, in definitiva, dai grandi meriti nascosti, un uomo di quelli che, forse, patí più che mettersi in evidenza e che si sottopose, volentieri, al servizio dei concittadini; al di là, quindi, dei documenti che, almeno sino ad ora, la storia non ci ha mostrato, Giovanni Battista Salvetti è da ascriversi tra i meritevoli cittadini che costruirono, giorno dopo giorno, la società non soltanto cerrese. 
 

Padre Stanislao Carcereri

 
Padre Stanislao Carcereri nacque a Cerro il 19 gennaio 1840. La sua casa natale sorgeva in Contrada Carcereri, dove ora una lapide lo ricorda. Paolo, tale era il suo nome di battesimo, compiuti gli studi ginnasiali e il noviziato, emise la professione il 9 luglio 1857 ed in tale circostanza sostitui il nome Paolo con Stanislao.Missionario camilliano e grande amico del Comboni si addentrò nell'Africa Centrale sulle orme del suo predecessore don Angelo Vinco. Il genio esplorativo di Stanislao, inteso alla ricerca di vie sicure ai portatori del Vangelo, lo porto ad essere riconosciuto quale scopritore geografo ed abile cartografo, molte in fatti furono le cartine geografiche dell'Africa disegnate durante i suoi lunghi viaggi attraverso il deserto, le foreste e la savana.Rientrato in Italia, venne inviato nell'Europa del Nord per costituire o ricostituire nuovi punti di riferimento della sua comunità. Nel marzo del 1894 - "dopo aver fatto il nomade per ventisette anni" - rientrò a Verona con il desiderio di essere lasciato in pace causa le sue continue crisi cardiache.

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